Grattacielo Intesa Sanpaolo in costruzione

Era da diverso tempo che volevo reallizzare qualche scatto del grattacielo in costruzione a Torino; ieri mattina ho trovato il tempo (e la voglia).

Ho deciso di lasciare i particolari dell’edificio in costruzione e del palazzo accanto, quello della Provicia di Torino, a colori, proprio perché il bello è il contrasto cromatico tra il bianco dei muri e i colori delle finestre e delle vetrate. Ho scattato poco ma penso che questi scatti valgano la sveglia delle 8 di domenica.

Questo è il risultato.

Torre Intesa Sanpaolo 2Torre Intesa Sanpaolo 3Torre Intesa Sanpaolo - under constructionTorre Intesa Sanpaolo - vetrateDSCF2643DSCF2637

 

Officina Renault Service; foto classiche e tecnica HDR.

Realizzare un servizio di tipo industriale, per un’attività o un laboratorio, che risulti anche solo vagamente professionale, può essere molto complicato se non si posseggono gli strumenti adatti e se, soprattutto, non si hanno le idee ben chiare su ciò che si andrà a fotografare e su quale vogliamo che sia il risultato finale.

Il mio amico Toni è un bravissimo meccanico, titolare del Renault Service di via Elvo a Torino; siccome aveva bisogno di qualche foto della sua attività per pubblicizzare il suo lavoro e per avere dei contenuti per il suo futuro sito web, mi ha chiesto se potevo fare degli scatti. Chiaramente ho premesso di non possedere dell’attrezzatura adatta (parlo soprattutto di flash e diffusori) e di non poterla affittare dato il poco tempo a disposizione, ma ho comunque accettato.

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Il primo ostacolo è stato dunque ovviare al problema dell’illuminazione artificiale che non avevo: come fare a scattare in interni esponendo correttamente per i macchinari senza però perdere i dettagli a causa della luce che entrava dalle finestre? Come evitare di avere delle ombre e delle zone in alte luci nella stessa immagine? L’occhio umano riesce a percepire molta più differenza di luce di quanto possa percepirne un sensore fotografico o una pellicola: in parole povere, all’interno di una scena siamo in grado di vedere e distinguere chiaramente sia le zone in ombra sia quelle più illuminate, e lo facciamo con estrema naturalezza. Perché la nostra macchina fotografica non riesce? Perché, sebbene l’ingegneria che sta alla base della realizzazione dei sensori fotografici abbia fatto in pochi anni dei passi da gigante, ci sono ancora dei grossi limiti nell’estensione di quella che viene chiamata gamma dinamica. Per chi non lo sapesse con gamma dinamica (in pellicola la si può a grandi linee avvicinare alla latitudine di posa) si intende la capacità di un sensore di catturare dettagli nelle zone in ombra e nelle zone molto luminose di una stessa scena. Allo stato attuale della tecnologia è possibile, nelle ultime fotocamere, avere file RAW recuperabili di oltre 10 EV (-5 e +5). Non è ancora possibile eguagliare le capacità del sistema visivo umano e probabilmente non lo sarà mai, ma la gamma dinamica è comunque estendibile per mezzo di un escamotage. Per estendere questo range di EV si può utilizzare una tecnica che molti di voi sicuramente conoscono ma che spesso non viene considerata abbastanza “fotografica” (fotorealistica è il termine più corretto) a causa dell’utilizzo artistico, molte volte portato all’eccesso, che molti fotografi e molti grafici ne fanno: l’HDR. HDR è appunto l’acronimo di High Dynamic Range, che significa appunto “ampia gamma dinamica”; vi lascio a wikipedia qui per un maggior approfondimento storico/tecnico.

Torniamo al mio servizio nell’officina di Toni. In assenza di flash e per compensare almeno in post la differenza di illuminazione all’interno del locale, ho deciso di ricorrere per l’appunto alla tecnica sopraccitata.HDR_1A

Materiale indispensabile

    • un buon cavalletto che sia molto stabile: io ho utilizzato il mio nuovo Manfrotto 293 carbon fiber, acquistabile anche su Amazon in kit con la testa a sfera Quick Release RC2 cliccando sull’immagine qui sotto.

  • una fotocamera che dia la possibilità di settare i tempi di esposizione (meglio se in grado di fare bracketing).
  • autoscatto.
  • tanta pazienza.

Per le foto dei particolari ho usato anche una lampada led al fine di illuminare meglio determinate zone e concentrare così l’attenzione dell’osservatore su di esse, ma se non la possedete potete utilizzare qualunque fonte d’illuminazione portatile; l’importante è che vi ricordiate di effettuare un corretto bilanciamento del bianco sul momento o che lo modifichiate in post con Camera Raw (o con qualunque programma di sviluppo dei RAW voi usiate). Per riprendere l’attrezzatura meccanica ho usato il mio 50 mm f/1.8 e il mio Tamron 70-200 f/2.8 (che mi ha dato i risultati migliori sorprendendomi ancora).

Qui sotto delle foto non HDR nelle quali ho usato il faretto led come fonte di illuminazione accanto a quella ambientale.DSCF8378 DSCF8416 DSCF8424DSCF8426

 

Per le foto ambientate ho usato il 18-70 f/3.5-4.5, in mancanza d’altro (di qui la distorsione evidente). Scelta l’inquadratura ho sistemato la reflex sull’obiettivo, impostato il valore ISO più basso a disposizione (100 ISO sulla mia reflex), scelto il diaframma (f/8 o f/11 per assicurare la maggior nitidezza possibile) e, in modalità priorità di diaframmi (A), scattato 3 fotogrammi in bracketing rispettivamente a -2 EV, 0 e + 2EV. Se la vostra fotocamera non ha la funzione bracketing ma vi dà la possibilità di scegliere i diaframmi e i tempi (modalità M) allora potete impostare il diaframma e girare la rotella dei tempi, controllando l’esposimetro: l’indicatore dovrà spostarsi sullo 0 garantendo, una volta che avrete effettuato lo scatto, la corretta esposizione. Fatto il primo scatto dovrete solo muovere la ghiera dei tempi verso un tempo più rapido per sottoesporre, più breve per sovraesporre. Se ad esempio partite da una coppia tempi/diaframmi di f/16 a 1/125 di sec. e volete sottoesporre di due stop, non dovrete far altro che contare due passi quindi solitamente 1/250 (primo stop), 1/500 (secondo stop). Se volete sovraesporre di 2 stop, al contrario 1/60 (primo stop), 1/30 (secondo stop). L’importante è tenere costante l’apertura dei diaframmi una volta decisa, questo per non avere differenze di profondità di campo e nitidezza.

Per scattare senza muovere eccessivamente la reflex ho usato l’autoscatto, meglio ancora se potete usare lo scatto remoto.

Ok, una volta terminato il lavoro, cosa fare di questi scatti uguali ma con differenti esposizioni? Di certo non possiamo semplicemente incollarli uno sull’altro in Photoshop! Andiamo con ordine. Prima dobbiamo decidere il programma con il quale elaborarli.

Se vogliamo fare le cose semplici possiamo utilizzare un programma chiamato Photomatix, che possiamo trovare qui a un’ottantina di euro. Basta indicare al programma il percorso delle nostre fotografie che rappresentano la stessa scena e lui provvederà a elaborarle; si possono scegliere vari parametri per raggiungere il risultato che più ci piace ed è anche possibile scegliere fra diversi preset (e qui in genere gli artisti si sbizzarriscono fino a creare immagini completamente foto-”irrealistiche”). Qui c’è una video lezione molto lunga che parla di HDR, vi consiglio di saltare alla parte dove parla di Photomatix. Io, invece, uso più spesso Photoshop anche se è un processo un po’ lungo.

Workflow con Photoshop

Iniziamo con il dire che anche Photoshop ha i suoi automatismi e che le correzioni le faccio dopo averli applicati. E’ importante non modificare i nostri file RAW prima, perché questo potrebbe influire sugli automatismi di Photoshop. Apriamo i RAW con Camera Raw (basta aprirli normalmente in Photoshop e si aprirà Camera Raw) e, senza apportare modifiche, clicchiamo su “Apri immagine”.  Una volta aperte tutte le foto di una stessa scena (io ne ho fatte tre per volta ma potete anche farne di più) andiamo su file-automatizza-Unisci come HDR Pro. Selezioniamo “aggiungi file aperti” e premiamo OK. A seconda della potenza del nostro PC o Mac dovremo attendere più o meno tempo. A questo punto si aprirà una nuova finestra con una preview terribile, non scoraggiamoci! In alto a destra troveremo “metodo” e un menù a tendina dal quale scegliere i bit dell’immagine. Scegliamo 32 bit e senza modificare nulla premiamo OK.

La nostra foto a 32 bit risulterà decisamente brutta perché contiene così tanti dati che Photoshop non è in grado di mostrarla correttamente; Adobe Camera Raw però riesce a mostrarci l’immagine in modo corretto e soprattutto ci permette di apportare le modifiche che ci servono e che rendono la tecnica HDR veramente utile. Salviamo il file in Tiff a 32 bit senza compressione e chiudiamolo. Ora va aperto tramite file-”apri come”, selezioniamo il file e in “apri come” mettiamo Adobe Camera Raw. Si aprirà Camera Raw come se stessimo lavorando un file RAW: abbiamo a disposizione tutti i controlli che solitamente vediamo quando apriamo un file di quel tipo solo che se proviamo a portare uno dei valori al minimo e al massimo (ad esempio l’esposizione) vedremo che l’intervallo è decisamente più ampio del solito, perché questa volta va da -10 EV a +10 EV, dal nero assoluto al bianco assoluto e senza grossi artefatti (naturalmente dovremmo scattare a ISO bassi!). Apportiamo tutte le modifiche più opportune, esattamente come se stessimo lavorando un file RAW fino a ottenere l’immagine desiderata. Io ho scelto la via del fotorealismo, anche perché le richieste iniziali lo imponevano, e inoltre non amo molto portare all’eccesso le mie immagini. De gustibus non disputandum est.HDR_9A

A seguire il resto delle foto, fatte invece con un approccio classico a singolo scatto. A presto!

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